Musica classica
Camille Saint-Saëns

Camille Saint-Saëns (1835-1921), compositore, pianista e organista, regnò a lungo sulla vita musicale parigina e fu ammirato dai più grandi, da Franz Liszt a Richard Wagner. Grande viaggiatore, fece della Svizzera una delle sue destinazioni preferite: il musicologo Stéphane Leteuré vi ha censito più di una quindicina di soggiorni. Il più memorabile resta quello del maggio 1913, quando la città di Vevey gli offrì quattro giorni di « Fêtes musicales » sotto la direzione del suo amico Gustave Doret, con il concorso del pianista Ignacy Jan Paderewski. A Vevey, uno spazio della Salle del Castillo, l’ex Casino du Rivage che lo accolse, porta oggi il suo nome.
Camille Saint-Saëns e le Fêtes musicales de Vevey (1913)
Un globe-trotter in terre conquistate
Quando arriva a Vevey nel maggio 1913, Saint-Saëns ha settantasette anni e non è uno sconosciuto in Svizzera. Il musicologo Stéphane Leteuré, in « Camille Saint-Saëns, le compositeur globe-trotter », ne ha ritrovato le tracce in più di una quindicina di viaggi, nella Svizzera romanda come in quella tedesca. Già nel 1877, a quarantadue anni, aveva dato il suo primo concerto a Ginevra sotto la direzione di Hugo de Senger, una sorta di Ernest Ansermet dell’Ottocento.
Era allora una sommità del panorama musicale europeo, compositore e tastierista di una virtuosità e di un dono per l’improvvisazione tali che Liszt lo aveva definito « il più grande organista del mondo ». Tornò più volte: nel 1896 per l’Esposizione nazionale, poi nel 1910 e 1911 per concerti. Nel 1913 si trattava di celebrare un’intera carriera, ma anche di difendere una musica francese di fronte all’ondata wagneriana che aveva conquistato l’Europa.
Quattro giorni di feste, dal 18 al 21 maggio 1913
Le Fêtes musicales si svolsero dal 18 al 21 maggio 1913, sotto la direzione di Gustave Doret, con il Konzertverein di Monaco, la società corale e il Coro di Dame di Vevey. I concerti si tennero al Casino du Rivage (oggi la Salle del Castillo) e al tempio Saint-Martin, mentre l’Hôtel des Trois Couronnes ospitava prove e ricevimenti. Il giovane Ernest Ansermet, agli inizi della carriera, si occupava dei cori.
Era stato invitato anche il pianista Ignacy Jan Paderewski, con cui Saint-Saëns doveva suonare la sua « Polonaise per due pianoforti op. 77 ». « Avere questi due musicisti sullo stesso palco equivaleva allora a Johnny Hallyday all’Olympia, era un buzz mediatico », riassume l’organista Jacques Tchamkerten. In un salone delle Trois Couronnes, alla vigilia del concerto, un Saint-Saëns nervoso avrebbe detto a Paderewski: « Lavoriamo, bisogna essere all’altezza! » Secondo Stéphane Leteuré, il vecchio maestro temeva questo duetto, giudicando Paderewski un pianista assai migliore di lui.

Diresse diverse sue opere, tra cui il poema sinfonico « Phaéton » e l’« Hymne à Victor Hugo op. 69 », e tenne l’organo nella sua « Marcia dell’incoronazione di Edoardo VII » e nella sua « Sinfonia in do minore » con organo, accompagnato dall’orchestra di Monaco. Per il suo amico Doret, si trattava di « mostrare al mondo culturale svizzero che non bisognava giurare solo sui compositori tedeschi ».
Il successo fu considerevole: si dovette aprire la sala al pubblico persino per le prove. Quando risuonò l’ultimo accordo, al compositore, stupito e felice, fu consegnata una corona con i colori di Vevey; furono coniate placchette e medaglie con l’effigie dei due artisti. Il giornale dell’epoca attribuì questo trionfo « alla rispettosa ammirazione di cui l’eminente compositore francese è oggetto ». Incaricato dagli organizzatori di scrivere la notizia delle feste, lo scrittore Romain Rolland salutò « un rappresentante dello spirito classico francese » dotato « della prima di tutte » le sue qualità, « la perfetta chiarezza ».
L’ultimo addio di un secolo
La critica fu perlopiù entusiastica, « una delle più grandi manifestazioni d’arte mai tenute nel nostro paese », s’infiammò un cronista. Una voce però si dissociò, quella del musicologo Aloys Mooser, che deplorò un « valore delle opere al di sotto della media » e predisse una posterità fragile, salvo che per la « Terza sinfonia ». « Aveva visto giusto, ammette Jacques Tchamkerten: per quanto ispirato, questo compositore talvolta definito accademico non forgiò un nuovo linguaggio come stavano facendo nello stesso momento Debussy, Ravel e Igor Stravinskij, la cui « Sagra della primavera » debuttò lo stesso mese a Parigi. »
Dopo Vevey, Saint-Saëns raggiunse Ginevra, poi Losanna nell’ottobre 1913 per un nuovo festival in suo onore, in occasione del suo settantottesimo compleanno. La sua venuta fu soprattutto un omaggio, senza influenza duratura sulla vita artistica locale: come l’ultimo addio di un Ottocento che le audacie della « Sagra » avevano appena sepolto. Ci sarebbe voluto un secolo perché si riscoprissero i suoi concerti e le sue sinfonie, e perché « Il cigno » o la « Danza macabra » diventassero dei tormentoni.

A Vevey, la memoria di quella primavera 1913 è rimasta viva: uno spazio della Salle del Castillo, l’ex Casino du Rivage, porta il nome di Camille Saint-Saëns, accanto al Salon Clara Haskil. Nel marzo 2025, l’Hôtel des Trois Couronnes ha reso omaggio alla sua venuta, centododici anni dopo (24 heures; RTS).
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